Se un granchio trovasse un vecchio frack sulla sabbiosa battigia del settembrino mare, potrebbe egli, emergendo dai vasti flutti, camminare distinto per le vie del centro?

For Those About To Rock....

scritto da Giuliqq il mercoledì, 08 luglio 2009,12:13
"All the world's indeed a stage,
And we are merely players,
Performers and portrayers,
Each another's audience
Outside the gilded cage."

Rush, Limelight, Moving Pictures


Lo so, lo so; io dovrei ancora scrivere un dannato post serio, ma è mattina, io sono da solo e mi è saltato in testa uno dei miei soliti sproloqui. Mi chiedo perchè riserlvarlo esclusivamente ai miei amici, quando posso condividerlo con tutta la rete, sperando che qualcuno di esterno alla mia cerchia di amici visiti questo blog.
Insomma, il fatto è che stanno per uscire nelle sale due film che probabilmente avranno un buon successo: Adventureland e Una notte con Beth Cooper. Entrambi sembrano appartenere alla tanto temuta categoria dei Teen Movie della peggior specie: due protagonisti classificabili come Nerd o Sfigati e le classiche Barbie che provano per quei maldestri bozzoli di tenera insicurezza un sentimento inspiegabilmente forte. Ovviamente le bionde bamboline dovranno lottare contro l'incomprensione dei loro fighissimi amici e l'astio ormonale dei loro ex-fidanzati giocatori di football, ma alla fine l'amore trionferà. Purtroppo per questi film il decennio è quasi finito, non sono più nè gli anni novanta nè l'inizio duemila, il Power-Pop è praticamente morto, e i Weethus non se li ricorda quasi più nessuno. I Nerd sembrano essere in via di emancipazione dagli stereotipi ormai consunti di questi film (ciò non è per forza da considerare un bene) eppure questi film continuano a proliferare. Ma non è sostanzialmente questo che mi fa riflettere, piuttosto ad inquietarmi sono le colonne sonore. Il Power-Pop sembra appunto scomparso dalle classifiche e ovviamente ai registi servono nuove canzoni con cui emozionare il pubblico di queste caramellose commedie; quindi in questa estate (iniziata all'insegna del grande rock con I Love Radio Rock) i trailer di questi due film sfoggiano brani non di plasticoso Punk-Rock odierno, ma veri macigni Hard-Rock. Se in Una notte con Beth Cooper echeggiano quelli che mi sembrano gli AC/DC, in Adventureland (produzione targata Disney, ci terrei a ricordarlo) fanno capolino addirittura i Rush. Devo premettere a quello che sto per dire che il mio amore per i Rush è smodato, è quindi possibile che i miei siano tutti ragionamenti dettati dalla mia passione. Il fatto è che davvero ultimamente mi sembra di assistere ad uno sdoganamento del Rock: se poco tempo fa questo genere era morto per la maggiorparte del pubblico di massa, ora sembra che tutto ciò che profumi di grandi palchi e chitarre distorte venga rivalutato e torni improvvisamente di moda. Ecco questo non dovrebbe dispiacermi; è possibile che, dopo anni di finto rock e singoloni dei Negramaro spacciati per l'ultima hit del Rock italiano, torni a farsi vedere quello più classico e diretto, ma vorrei che tutto ciò non generasse confusione. Insomma ora forse cominceranno a proliferare miriadi di Rockband che scacceranno via dalle classifiche il Pop melodico italiano, ma tutti i complessi di prima? Quelli che hanno continuato imperterriti, senza preoccuparsi  del passare delle mode e dell'invecchiamento, quelli che da più di trent'anni vogliono farci correre e saltare, verrano soppiantati? Parlo proprio di gente come i Rush o gli AC/DC, i primi hanno iniziato dall'Hard-Rock più classico per poi proporre un Progressive duro e complesso quando esplodeva l'irruenza troglodita del Punk. I secondi continuano da tempo immemore a riproporre lo stesso Rock condito da blues incendiario con incrollabile grinta, e ora la moda e chi la detta sembra volerli trasformare in gruppi da teenmovie, pronti ad apparire a TRL e a ricevere entusiastiche recensioni dal Tg2.
 In Adventureland risuona Limelight, una canzone meravigliosa, orecchiabile ma grintosa, tecnica e profonda, che sta al centro di uno degli album più famosi dei Rush, ovvero forse la terza band rock più complessa al mondo. Ecco questa canzone sta in quel film per teenager della Disney, magari solo perchè i Rush sono anche un icona del mondo nerd, forse perchè il creatore è un amante di questa band, o forse semplicemente perchè mette il buon umore, e si adegua perfettamente all'attuale clima voglioso di Rock. Quel che ritengo certo è che difficilmene il regista di "Suxbad: Tre menti sopra il pelo" è interessato a riflessioni metartistiche del tipo "la vita come un film e una canzone che parla di questo dentro un film che narra la vita di un normale neolaureato". La luce dei riflettori potrebbe abbagliarvi, il piacere di una bella canzone durante un film rilassante potrebbe irrettirvi, ma non fatevi imbrogliare: i Rush, e il Rock in generale, sono molto altro che colonne sonore per film con l'ultima emula di Miley Cyrus.




Articolo correlato e scritto da gente che al contrario di me ne capisce davvero qualcosa:http://www.mymovies.it/cinemanews/2009/12125/?pagina=1
categoria: musica, vita
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Chapter II: I've stopped kicking against my memories

scritto da Giuliqq il venerdì, 19 giugno 2009,17:07
Mike ed Edwin si erano appena fermati in un pizzeria che si elevava poco al disopra dello status di “Bettola”, fortunatamente erano quasi le due per cui la folla dei bancari e degli studenti in pausa pranzo si stava dileguando; avrebbero mangiato una pizza scadente, ma almeno l’avrebbero fatto in relativa tranquillità. Come mai un tale ritardo se avevano deciso di pranzare a L’una, state chiedendo? Potrà sorprendervi, ma conosco la risposta. Dopo aver preso posto sulla macchina, i due avevano vagato per una buona mezz’ora in cerca di un posto in grado di accontentare i loro gusti personali sia in fatto di cibo che di comfort, rimanendo anche alla portata delle loro scarse finanze californiane. l’organizzatore di quell’ elettrizzante gita nel Bel Paese aveva consigliato come ristorante convenzionato alla loro attività il MacDonald; ma ovviamente Ed detestava i fast food, specialmente quando si trovava in un paese famoso per le sue specialità culinarie e che usava di rado il Ketchup. Gli era capitato di fare un salto in un fast food olandese un paio di anni fa, la cosa che l’aveva disgustato di più era la Maionese. Maionese ovunque, affogavano tutto in quella merda gialla. Fatto sta che dopo mezz’ora di battibecchi e rischiose svolte a U si erano decisi per un posto alla buona, dall’aria semplice ma abbastanza casereccia da convincerli che i gestori fossero dei veri italiani. Beh penso che come ragguaglio sull’ultima mezz’ora possa bastare, dopo una così lunga attesa per questo episodio vorrete risentire le voci di Mike ed Edwin... Non credo di dovermi scusare per questi lunghi mesi di assenza: L’Autore è uno scansafatiche come ben sapete, che volete farci... almeno voi non lavorate alle sue dipendenze. Un lavoro noioso ve lo assicuro, e nemmeno pagato tanto bene. Ma di questi tempi per un giovane narratore neolaureato non ci sono molte occasioni di impiego, la crisi sapete....

“Tu che prendi Ed?” La fame rendeva Mike, solitamente il più calmo dei due, laconico e nervoso; fosse stato per lui si sarebbero fermati nel primo ristorante incontrato e al diavolo i soldi. Ed invece doveva sempre complicare tutto, “uno problematico” amava definirsi... Fortunatamente ora sarebbe stato servito da una procace cameriera e tutto sarebbe andato a posto.
“ Una pizza con le acciughe ed un litro di acqua minerale direi, quei dannati pesci fanno venire una sete bestiale.” Rispose un Edwin stranamente di buon umore.
In quell’istante stava giusto dirigendo i suoi svelti piedini verso il tavolo una cameriera brunetta. Il cartellino che aveva appuntato sul petto, messo in difficoltà dall’imponente mole del seno, recitava: “Martina”.
Inutile dire che a questa apparizione l’umore di Mike migliorò improvvisamente, per poi raggiungere vette di felicità insolite quando dalle carnose labbra della cameriera uscirono le magiche parole: ”Cosa vi porto, ragazzi?”.
Era quello ciò che amava di tutti i posti in cui era stato per lavoro: non erano la California, in particolare non erano Los Angeles. Lì, se non eri o un surfista o un milionario o un attore  o uno skater o un rocker con una fender o un giocatore di basket, eri tagliato fuori. Inutile dire che Mike non era nessuna di queste cose, la sfortuna aveva addirittura voluto che lui fosse sì abbastanza manchevole di onestà e senso di giustizia da fare il sicario, ma non così furbo e spregevole da fare il pappa. Per cui la dimestichezza quasi complice di quel “Ragazzi” l’aveva galvanizzato; in California nessuna ragazza con un seno così grosso (vero o no che fosse) l’avrebbe mai degnato di uno sguardo. Anche Edwin era rimasto colpito dalla bellezza tipicamente mediterranea della cameriera, ma non era incline alla riflessione a all’autocommiserazione quanto il compagno, e così per lui tutto si concluse con una fugace sbirciata nella scollatura della giovane. Non senza una punta, invero abbastanza pronunciata e appuntita, di rammarico Mike ordinò due pizze, un litro d’acqua minerale, ed una Tassoni.
Come al solito la roba da bere arrivò prima di quella da mangiare, cosa che solitamente irritava il “problematico Edwin”, ma fortunatamente il seno della cameriera era abbastanza grosso da distogliere i suoi pensieri da questo, e fu solo dopo un’altra sbirciatina nella vertigine della scollatura che si accorse che questa non gli aveva nemmeno portato l’acqua. Tanto meglio: non l’avrebbe finita prima di iniziare a mangiare.
Mike sorseggiò la sua Tassoni e tenendo ancora in mano il bicchiere si mise a scrutare il liquido con aria assorta. Ed, invece, era troppo impegnato a formulare un giudizio mentale sul fondoschiena della cameriera per accorgersi del modo tenuto dal compagno, altrimenti avrebbe riconosciuto i segni che indicavano l’approssimarsi di una delle sue soporifere elucubrazioni  e sarebbe fuggito in bagno.
“Sai Ed, mi chiedevo...”
“oddio” penso lui “ci risiamo”
“ Perchè siamo finiti a fare questo?” Concluse Mike
“Questo cosa?” si sforzo di rispondere Ed, visibilmente annoiato
“Questo, il nostro lavoro. Uccidere la gente insomma!”
“Perchè ci pagano Mike”
“Si, ma...voglio dire, quante cose al mondo si possono fare? Costruire, inventare.... E noi che facciamo? Ammazziamo la gente. Insomma che cazzo, voglio dire... stiamo buttando via la nostra vita, e pure quella degli altri. Con tutte le cose che avremmo potuto fare della nostra vita siamo finiti a fare i sicari. Dove sono andati a finire  i nostri sogni? La realtà è che basta un amen per mandare tutto a puttane, e nemmeno un amen di quelli tanto catastrofici o particolari. Insomma dai, c’è tanta di quella gente decisamente meno dotata di noi che ha fatto strada... Hai diciott’anni e il mondo ti si spalanca davanti, ti dici che potresti averli a tuoi piedi tutti quei miserabili stronzi; potresti essere un regista, un pittore, anche un semplice dannato bancario. O un cazzo di dipendente con un capo stronzo che però almeno ti paga decentemente. Torni alla tua normale ma adorabile casetta, con la tua bella mogliettina e i tuoi figli, e magari un cane e magari pure un giardino. Sei tranquillo, e l’unica preoccupazione è che un giorno intorno a quarant’anni ti svegli la mattina e trovi che tutto ti disgusta. Tua moglie che ancora ti dorme affianco con le sue braccia ormai cadenti, i tuoi figli ormai abbastanza grandi da sfancularti e fotterti i soldi per farsi due tiri di cannone, e poi il tuo cane, talmente abituato a vederti tirare fuori la macchina dal garage, che nemmeno ti corre più dietro, tanto gliene frega poco.”
“Scusa Mike eh, ma non è precisamente quello che sta succedendo a te? A parte che non hai un cane, nè una moglie, nè dei figli e che la tua macchina è un cesso; certo.”
“No porco cazzo! Intanto io non ce li ho quarant’anni, secondo è proprio il fatto che non ho nessuna delle cose che hai detto tu che mi fa girare le palle.”
“Quindi ho ragione io?”
“NO! dannazione....Ascolta quello che intendo dire è che io vorrei almeno poter arrivare a quarant’anni e dirmi che “il mio sogno americano è fallito” , invece noi siamo talmente in basso nella gerarchia sociale che non ce l’abbiamo nemmeno un cazzo di sogno! “
“Però noi Mike non siamo in America, siamo in Italia; non possiamo avere un sogno americano se siamo in Italia.” Rispose il razionale Edwin.
“Insomma tu, Ed, vuoi dirmi che al liceo sognavi di diventare un sicario? Era quello, ciò che dicevi a mamma e papà quando ti dicevano che ci avrebbero pensato loro a pagarti l’università? “Mamma, papà, non preoccupatevi dei soldi: quando sarò abbastanza grande mi farò assumere da un dannato negro e ucciderò tutti quelli troppo lontani per essere ammazzati dai suoi gorilla.” Gli dicevi questo vero?” Mike aveva perso decisamente la calma, era raro, forse era colpa di tutte quelle tette: overdose di tette, capita.
“Dai Mike non urlare, siamo in un luogo pubblico. E poi lo sai che i miei genitori sono contenti della vita che faccio, meglio così che a spezzarmi la schiena in qualche fabbrica o a coltivare patate nel campo di nonno. Pensa se lavorassimo nella Silcon Valley; tutti i santi giorni, lì ad uscire di testa per montare dei cazzo di chip che serviranno a qualche sfigato per scrivere i suoi penosi racconti su di un computer, invece che lasciarli a marcire su di un quaderno di Barbie.”
“Ahhh. Lasciamo perdere Edwin, riconosco che è un discorso poco appassionante.” Si arrese Mike
“Già e mi manca ancora quella cazzo di acqua tra l’altro. Dov’è quella camerierà!”
“Tu e l’acqua non andate proprio d’accordo oggi eh?” Disse ironico Mike, che al pensiero della cameriera aveva recuperato il suo classico buonumore.
“Che vuoi dire?” Saltò su Edwin
“Beh, prima quella goccia di pioggia, ora la bottiglia d’acqua che non arriva... sembra proprio un complotto contro di te.” Mike continuava con l’ironia ma questo non sembra infastidire l’altro, troppo concentrato nel chiamare la cameriera senza perdersi nei meandri del suo seno per prestargli attenzione.
“Giusto, quella goccia; me ne ero dimenticato. Sai com’è : ho smesso di prendere a calci i miei ricordi.”

Ah Beverly Hills!



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Chapter I: Antinazionalismo canaglia

scritto da Giuliqq il venerdì, 06 marzo 2009,20:48

In qualità di narratore sono obbligato a introdurre io la vicenda di cui stiamo per venire a conoscenza, ma un narratore non nasce già bell’e fatto: c’è una prima volta per tutti. E questa è la mia. Ecco la vostra sfortuna sta in buona parte qui: state per assistere ad una storia singolare, forse pure noiosa, ed il narratore preposto ad introdurvela è per giunta un pivello, un novellino, e nemmeno di quelli promettenti. Dell’autore meglio non parlarne, probabilmente smettereste di leggere all’istante. Vi state chiedendo se state per leggere un racconto con un narratore stronzo? L’autore mi suggerisce di rispondere di sì. Un narratore impertinente ed un autore in erba, promettente non trovate?

Comunque cominciamo.

La nostra storia ha inizio in una tarda mattinata di fine marzo. C’era un certo sole, timido e tiepido come solo quei soli di inizio primavera sanno fare. Ti fanno già pregustare tutti gli asprigni pomeriggi estivi, solo per poi ricordarti con una bella innaffiata di pioggia che non è ancora venuto il momento di sorseggiare granite. O qualunque cosa voi siate abituati a sorseggiare durante il periodo estivo. C’era il sole ed i nostri protagonisti erano da poco arrivati in città. Una città d’arte non molto grande e anonima nella sua bellezza come le sanno fare bene al Nord Italia. Ma chi sono i nostri ? È presto detto: Mike Sullivan ed Edwin Amato, due ordinari killer di Los Angeles, la città degli angeli. Loro erano tra quelli, forse non tra gli angeli più famosi, ma di certo conosciuti ed apprezzati dalla maggior parte dei losangelini che apprezzavano le cose ben fatte e senza troppe cacate alla Hollywood. Erano entrambi di origini italiane, non chiedetemi per parte di chi: non lo so e non dovrebbe nemmeno interessarvi; sono killer, non attori in villeggiatura occupati a rimpiangere Nonna Peppina che li portava a raccogliere olive giù in Sicilia. Comunque fatto sta che avevano origini italiane e con gli italiani ci sapevano fare. Ci avevano già avuto a che fare parecchie volte, erano tutta gente simpatica, specialmente quando si trattava di ammazzarli. Parlavano anche una certa quantità di italiano e questo li aiutava non poco. Chissà come mai la gente quando deve morire preferisce farlo sentendo parlare la propria lingua. Per questi e tutta un’altra serie di buoni motivi il loro capo li aveva mandati a fare questo lavoretto nel Belpaese. “l’altra serie di buoni motivi” scordatevela, non la so. Sono alle prime armi, non pensavo fosse necessaria una tale dovizia di particolari per introdurre un dannato racconto scritto da uno sfigato.

 

 

Autore: “…”

Narratore: “ Scusa, colpa dello stress: la mia prima volta, sai…”

 

 

Insomma Mike e Edwin erano arrivati da poco, avevano noleggiato una macchina e si erano diretti all’ Overlook Hotel, che a Mike ricordava qualcosa, un posto innevato forse. Arrivati lì avevano deciso di fare un giro per il centro. Gli piaceva passeggiare prima di iniziare a pensare seriamente ad un lavoro, gli dava modo di conoscere il posto; e “il posto” è uno dei tuoi migliori amici quando devi ammazzarci qualcuno. Ora erano seduti su di una panchina, lungo un viale alberato, il cielo si stava rannuvolando, ma il sole continuava a far capolino da dietro le nubi, come un tecnico delle luci che non si rassegna a scomparire dietro il sipario.

 

Una goccia centrò Edwin dritto alle ciglia, infilandosi meschina tra la sua capoccia e la lente degli occhiali. Se ne stette immobile, con la vista annebbiata dalla rifrazione del sole sull’acqua ed una ciglia più pesante del solito. Sembrava il totem di una scimmia su cui si fosse appena posata una mosca, la mosca c’era ma la scimmia-totem non poteva scacciarla.

“Forse si è fatta l’ora di andare.” Disse Mike

“Lo dici per la goccia vero?”

“Quale goccia Ed?”

“La fottuta goccia che mi si è appena schiantata contro. Piove e allora è ora di andare vero?. La tua è proprio una mentalità del cazzo sai Mike?”

“Condoglianze per la tua goccia, davvero non sapevo.”

“Che str… Sei peggio di quel matto di un narratore” Borbotto Ed

“Come dici scusa?” Mike era distratto; pensava al suo compagno, preso d’assalto dalle gocce di pioggia. La vita è davvero ingiusta alle volte: rovinare una così bella mattinata a della gente che deve uccidere altra gente. Schifo di mondo.

“Dico che sei arrendevole e codardo, noi non ce ne andiamo per due gocce di pioggia. Non è affatto l’ora di andare perché ho tutto questo stupido occhio bagnato:”

“Dico che è l’ora di andare perché forse è l’ora di andare, non per colpa del tuo occhio”

Ed sospirò: “Che ore sono?” Chiese

 “Quasi l’una, ora di pranzo”

“Ora di pranzo, potevi dirlo prima. Ora di pranzo e siamo in Italia…”

“E si sta pure mettendo a piovere” Mike la buttò lì, una battuta pronta ad essere ignorata in nome di una bel piatto di spaghetti. Oppure l’innesco per un’altra scaramuccia. Quegli alterchi erano una delle poche cose  in stile Hollywoodiano che si concedevano, era bello sentirsi come dei finti killer da film alle volte. La vita dei sicari fuori dalla cellulosa era un inferno di banalità sanguinarie e quegli alterchi rappresentavano le loro piccole, volgari vie di fuga.

Ed lo guardò storto: “ Non è che si sta mettendo a piovere, ho dell’acqua sulle ciglia. Ah ‘fanculo, andiamo a pranzo”.

 

E così se ne andarono a pranzo mentre cominciava a piovere, e non solo sulle ciglia di Ed. Immaginateveli andare via su di una macchina scassata, una Ford Fiesta se volete, magari con un sottofondo di musica allegra e fischiettante; ma per favore immaginateli bagnati quanto basta per destare il nervosismo di Ed.


Ah California!

 

Continua...

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Uroboro’s very fast race

scritto da Giuliqq il domenica, 01 febbraio 2009,17:48

"E cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero?"

(Le Luci Della Centrale Elettrica; La Lotta Armata Al Bar)

 


Mentre camminavo per la stanza rimuginando su questo nevoso pomeriggio di Febbraio mi sono accorto che il jack della mia chitarra forma sul tappeto una strana forma che mi ricorda una pista di formula uno. Forse quella pista tedesca, il “qualcosa-ring”, dove si va parecchio veloce; o forse la pista giocattolo di quando ero bambino. Non lo so. Comunque sembra una pista di Formula Uno. Ora che ho esordito così siete di sicuro spaesati, avete letto un titolo riguardante un Uroboro. Vi ha incuriosito, magari non sapevate cosa fosse e avete cercato su wikipedia. Vi aspettavate qualcosa di diverso ovviamente. Vi starete chiedendo “dove diamine vorrà andare a parare?”. Bene la riposta è “in nessun posto”. In parte perché non lo so nemmeno io, in parte perché pensando a dove volevo andare a parare con questo post mi sono accorto che non c’è nessuno dove verso cui parare. Potrei parlarvi di giovani di belle speranze, potrei narrare di ragazzi belli e dannati, di storie d’amore strappalacrime, di cavalieri, di principesse, di morte, allegria, stanchezza, prurito ai piedi o singhiozzo. Purtroppo però la drammatica realtà che mi attraversa in queste ore è che non c’è più nulla da raccontare. Troppo è stato detto riguardo ogni cosa e di questo sono certamente colpevole anch’io. Forse riguardo il prurito ai piedi c’è ancora qualcosa da dire, ma non credo di essere io la persona adatta a farlo. Potrei, ma anche potremmo, riempire di vuoto bianco centinaia di pagine per parlare delle nostre bieche e scialbe vite. Il fatto è che siamo portati a vivere le cose senza chiederci quanto siano importanti e in pomeriggi come questi ci rendiamo conto che sono totalmente insignificanti. Tutto ciò che ho fatto fino ad ora non ha il più minimo rilievo, è solo il residuo esecrabile di un’esistenza destinata a scomparire insieme a tutte le altre. Come i fiocchi di neve che cadono a terra e lì si sciolgono senza lasciare traccia.

 Bene, post chiuso. Una bella similitudine scontata e melensa e una chiusura affrettata, perché se un post “non va da nessuna parte” non ha nemmeno senso dagli una conclusione. Spero non ve ne siate accorti, ma penso sia inevitabile: sì questo post finisce da qualche parte, ho espresso il mio pensiero e quello è il punto centrale. Il punto centrale è che non c’è niente da dire, ma se lo dico vuol dire che c’è qualcosa da dire, altrimenti potevo starmene buono buono ad  osservare il jack della chitarra. Insomma questo post è auto-contradditorio, basta un po’ di fottuta razionalità per capire che ho detto delle supreme cavolate che non ne vogliono sapere di diventare delle verità. Me ne rendo conto anche io sapete? E questo dovrebbe rincuorarmi: infondo ho scoperto che c’è un’importanza dietro a tutto ciò che faccio. Ma non mi rincuoro. Sapete perché?. Perché tutto questo post, e pure tutta questa post disamina (post sta nel senso che è un disamina fatta dopo, non che è una disamina del post) mi rivelano che ho fallito. Fallito doppiamente, perché ho detto delle cavolate e perché nonostante siano cavolate non riesco a convincermi a vivere in pace e senza pesare ciò che faccio. Ora finisce veramente però, o magari no. Magari mi accorgo che ho detto un’altra marea di cavolate e torno sui miei passi. Destabilizzante eh? Tutta questa mancanza di sicurezza e questo sperimentalismo nello scrivere dovrebbero farvi ridere tanto quanto a me fanno piangere. Ok ora sto zitto.

 

“Nella memoria è assurdo vivere, ma è assurdo non riderne”

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La speranza tramonta ad oriente

scritto da Giuliqq il lunedì, 26 gennaio 2009,20:24

A lavoro finito johnny si diresse in strada, era l’alba. Una di quelle albe belle, non meravigliose ma il cui rossore basta a ricordarti il fuoco nelle gote della tua prima fidanzata. Aveva sbrigato la faccenda: uccidere un ragazzino di vent’anni suppergiù che era andato di traverso al racket della felicità. Chissà come mai ad un certo punto gli era venuta voglia di diventare triste e non aveva pagato più. Chissà com’è che ad un certo punto la gente si intristisce. johnny proprio non lo capiva. Lui aveva fatto un bel lavoretto, pulito, regolare. Si era lavato le mani e aveva pulito le impronte dalla pistola; il resto ( le cervella e tutta quella roba) lo lasciava ai poliziotti o alla fidanzata quando tornava a casa. Guardava l’alba gote rosse con le mani ancora bagnate: non gli andava di asciugarsi con l’asciugamano di uno che aveva appena ucciso, gli asciugamani sono una cosa seria e personale.

“Vedi” disse alla canna della pistola “questa si chiama alba, è il momento in cui da est sorge il sole.”

La pistola osservo l’alba pensierosa

“Uno potrebbe vivere anche solo per vedere l’alba, per quello e per poter ringraziare.”

Il Revoler ancora taceva.

“Tu l’hai mai ringraziato qualcuno? Non intendo ringraziamenti come quando ringraziamo Don Vito per la sua estrema generosità, no. Intendo altro. Intendo quelle volte in cui provi talmente tanta felicità che l’unica cosa che puoi fare è ringraziare, ringrazi chi ti capita: Dio, la Scienza, Pelè, chi cavolo vuoi; anche te stesso. Ma la cosa migliore è quando hai qualcuno da ringraziare perché condivide con te ogni istante, lui non vuole essere ringraziato, ma tu lo ringrazi lo stesso.”

La calibro 22 era ammutolita

“Immagino che nel mio caso sia te che devo ringraziare o mia pistola”

Johnny se ne andò, continuava a ricordarsi gote rosse. Si inoltrò in un vicolo laterale piuttosto buio.

Se il ragazzino di vent’anni suppergiù non avesse avuto le cervella sparse per la camera avrebbe senz’altro udito un altro sparo nell’alba. Sfortunatamente le cose non sempre vanno al meglio e ora per i poliziotti ci sono due corpi da identificare.

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Vasi comunicanti

scritto da Giuliqq il domenica, 25 gennaio 2009,20:31

Sono stanco. Cavolo ma quanto sono stanco? E’ l’inizio della settimana e sono già stanco morto. Sarà la pioggia; sono sempre stanco quando piove. O magari è che me lo dico troppo è quindi mi stanco. La stanchezza stanca. Fortuna che ormai sono a casa. Posso riposarmi da tutta questa stanchezza, basta che salga le scale, apra la porta e mi riposi. Apro la porta e sono fregato. Fregato davvero sta volta. Com’è possibile? Come diamine ho fatto? Il vaso in ingresso si è rotto, impossibile io ho aperto la porta, il vaso nemmeno l’ho guardato. Richiudo la porta, probabilmente tutto si sistemerà. Cazzo, non si sistema un bel niente. E’ ancora tutto lì. Insomma ci sono io con la porta aperta, lo zaino in spalla, l’ombrello in una mano, le chiavi nell’altra e i dannati cocci. E i cocci sono lì, mi fissano come le piastrelle fissano l’operaio che le poserà sul pavimento. Lo sanno che quella è la fine, d’ora in poi saranno pavimento, un appoggio per i piedi altrui; eppure quello è il compimento della loro esistenza. Sono nate da poco ma l’unica cosa che possono fare per avere un senso è stare per terra. Insomma i dannati cocci mi fissano così, come se fossi l’artefice del loro destino, loro non sono fatti per stare per terra. Eppure a ben pensarci forse è questo il culmine della vita di un vaso. Nasci e sì, c’è tutta quella storia dell’arredamento, del buongusto e della perizia d’esecuzione, però il fine vero di un vaso è rovinare il proprio distruttore. Un vaso non muore mai solo, specialmente se il vaso in questione è eredità di nonna o esborso di numerosi sporchi stipendi. E’ finita lo so. Però mi dispiace davvero, è stata una di quelle cose strane: sapete quando sbagliate movimento? Quando prendete le misure e sbattete su di un angolo? E’ solo uno stupido angolo certo,a pagarne le conseguenze saranno solo una delle vostre ginocchia e quelle due tre autorità di cui invocherete il nome associandolo ad aggettivi non propriamente cordiali. Però qui c’è un vaso la cui perdita non sarà compensata dall’amore di mamma. Stranamente ho fame. Al diavolo il vaso, raccolgo i cocci  e poi mangio. A pensarci è sconvolgente quanti cocci ho raccolto solo perché ho aperto una porta troppo di fretta, senza prima pensarci. Ed è pure sconvolgente che quando raccogli i cocci di una cosa, siano essi sogni infranti, cuori spezzati o vasi neoclassici, ci mangi sempre sopra, e mentre mangi ti sembra di ingoiare uno ad uno tutti i frammenti che hai appena raccolto. La realtà è che bisognerebbe pensarci bene prima di aprire le porte, soprattutto quando si è stanchi morti. A volte è meglio poggiare lo zaino per terra ed entrare per la finestra. Perché ci sono cose che si possono fare solo prendendole da un’altra piega, altrimenti ci si può provare quante si vuole, ma quel vaso continuerà a rompersi.

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One of these days...

scritto da Giuliqq il mercoledì, 14 gennaio 2009,20:15

One of these days
I'm going to cut you into little pieces


Gianni ha preso la pioggia e ha preso la neve, Gianni ha combattuto ed ha soprattutto perso, le sporadiche vittorie non rinfrancano il suo animo perdente e sanguinolento. Gianni sputa bile perché non fuma e non ha catrame nero nei suoi polmoni troppo sani. Giura che un giorno farà qualcosa e che quel giorno sarà il suo obbiettivo primario, il punto fermo in un caleidoscopio di stramaledetti puntini girovaghi. A dire la verità lo sa lui come lo sa il pavimento su cui è disteso:quel giorno non arriverà e lui continuerà ad odiarlo. Ci sono tante cose che odia ma di più ti tutto odia voi e se stesso, non sa tanto bene chi odia di più dei due. Se ne sta disteso sul pavimento freddo, proprio il posto adatto ad uno come lui, sguazza nella melma della tanto sospirata vita; gli piacerebbe trovare qualche aggettivo poetico, qualche perifrasi d’effetto per magnificare la vita e il suo doloroso splendore ma l’unica cosa che sente è “ ‘Fanculo la vita e ‘fanculo la poesia e ‘fanculo l’amore”. La triade capitolina delle cose da maledire. Quanto vorrebbe essere uno di quelli capaci di viverci di “’Fanculo”, invece no, lo dice spesso ma il senso liberatorio non dura mai più di un battito di ciglia. Vorrebbe il vuoto intorno a se così da non poterci stare disteso e cadere,cadere,cadere di nuovo. Durerà poco comunque, le solite orette di risentito sfogo e tragico pianto poi tornerà alla sua vita normale, passerà un giorno, poi una settimana e continuerà a piovere e a nevicare. Poi un altro anno, e sarà invisibile come sempre; morto come sempre

 

I.N.R.I

Ianni Noster Rex Ineptorum

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Are We Human Or are We Wrestlers?

scritto da Giuliqq il martedì, 16 dicembre 2008,19:21

Jerry was a race car driver
And he drove so goddamned fast
He never did win no checkered flag
But he never did come in last

 

Primus: Jerry Was A Race Car Driver




Durante l’intervallo Gianni sente una ragazza intonare insieme a due amiche una canzone che passa per radio di quei tempi:

 

And I'm on my knees looking for the answer
Are we human or are we dancer?

 

“Poetico non c’è che dire” pensa lui “ma allora come fa chi non sa ballare?” “Possibile che il ballerino sia ,con la sua leggiadria e la sua proporzionata bellezza, non umano, estraneo a questa vita che di leggero e bello ha così poco?”

Allora meglio: “Are we human or are we wrestlers?”

“Ecco sì. Siamo umani o siamo finti lottatori vesti da pagliacci, che si sforzano di giorno in giorno di impressionare una platea di idioti?”

“Cosa c’è di umano in chi tra noi combatte ogni sera, mettendo al tappeto le difficoltà entro l’angusto ring della propria vita, aiutato magari solo da una sedia o da un buon amico vestito per l’occasione da becchino?”

“Ma se un energumeno sudato con un gusto quantomeno criticabile nella scelta del vestiario non è un uomo,allora un uomo cos’è?”

“Un ammasso di carne, cellule, o chissà quale altra stramberia scientifica? Un ballerino che disegna aggraziato nell’aria le traiettorie della sua vita? Un corridore di formula uno che fugge a tutta velocità tra le chicane del destino? O ancora, un ginnasta, che nonostante tutte le botte, i calli alle mani, il mal di schiena lancinante, e tutti gli errori di quella dannata prova sorride ugualmente all’annoiato pubblico?”

 

Gianni è confuso  

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Grande Natale alla Pla-sti-ca

scritto da Giuliqq il martedì, 09 dicembre 2008,19:06

Dieci minuti di calpestio sul nevischio spappolato e Gianni è davanti alla scuola, con l’orlo dei pantaloni inzaccherati di bianco candore nevoso osserva i suoi “simili”. Circa cinque minuti di osservazione rituale, in cui Gianni ha sempre la possibilità di tastare il suo personale vuoto. Cinque minuti per vedere ciò che non ha e che potrebbe occupare quello spazio rimasto vuoto tra il cuore e lo stomaco. Cinque minuti come una finestra aperta sull’oblio di un pozzo. Quattro ragazzoni intonano una vecchia canzone di Bon Jovi, altri due discutono del proprio ciclomotore agghindato, altri ancora dell’ultima puntata di un reality su aspiranti cantanti e ballerini. In mezzo a loro figaccioni troppo belli e alternativi troppo convinti di esserlo. Tutti in gruppo, tutti protetti da una qualche divisione in grado di proteggerli e catalogarli. La vista di una ragazzina con un cappello da Babbo Natale gli ricorda che è iniziato l’avvento, anche se l’immagine del Natale e quella della ragazza ipersvestita che passa nel suo campo visivo fanno a pugni. Un marasma di sciarpone e "Cazzo che freddo oggi " comunque, lo rassicurano che sì: è tempo di regali, anche se lui non ha nessuno a cui farli. Fortunatamente dopo anni di inflazione in aumento e lamentele c’è crisi vera: una bella scusa per il proprio Io che non ha la possibilità di fare regali. Comunque, sempre per fortuna, nonostante le banche falliscano e incidenti e proteste si moltiplichino, le decorazioni sono sempre al loro posto, il consumismo pure. Grazie al cielo il Bambin Gesù nasce anche quest’anno in mezzo alla plastica: niente spiritualismo nel paese del sole.

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Plastica

scritto da Giuliqq il venerdì, 28 novembre 2008,19:53

Gianni è incastrato, incastrato in quell’angusta fessura tra l’eterno muro della consuetudine e il letto sfatto di una vita spensierata. Fossilizzato lì, vicino al pavimento polveroso e ai giochi dimenticati di sua sorella; fossilizzato qui ed ora sullo scomodo sedile dell’ autobus delle sette in punto. Dove sta andando? L’insopportabile vociare degli altri studenti è una risposta chiara ed esauriente. Ma anche tra loro sono in pochi a saperlo veramente. Dopo la loro adolescenza più o meno violenta non c’è nulla di scritto, solo futuri abbozzati su cuscini sgualciti dal troppo sognare.

“Gianni te l’hai fatto Inglese?”

A Gianni basta poco per liquidare lo scocciatore, tempo trenta secondi e sono di nuovo lui e la sua musica…

The Lunatic is on  the grass…

 

And if your head explodes with dark forbodings too I'll see on the dark side of the moon…

 
The lunatic is in my head….
The lunatic is in my head….

 

Fuori dal finestrino scende la pioggia e comincia la processione. Come novelli flagellanti appestati dall’infettivo bisogno di omologazione, frotte di ragazzi subiscono le sferzate della pioggia. Cercano l’approvazione di quella divinità chiamata popolarità, il perdono da parte di quel tanto agognato rispetto, perso per chissà quale mancanza di stile. Gianni li guarda, tutti impegnati nel ricoprire il loro ruolo, protetti da spessi involucri di presunta incomprensione e voglia di divertirsi. Emozioni di plastica per persone in poliestere.

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